Varsavia 19-22 settembre 2021

LA NOSTRA MISSIONE COMUNE DI

SALVAGUARDIA
DEI FIGLI DI DIO

CONFERENZA DELLA CHIESA IN EUROPA CENTRO-ORIENTALE

Delegato della Kep, mons. Wojciech Polak: la crisi causata dagli abusi colpisce l’essenza della comunità ecclesiale

Delegato della Kep, mons. Wojciech Polak: la crisi causata dagli abusi colpisce l’essenza della comunità ecclesiale


Probabilmente tutti noi qui riuniti oggi siamo convinti che ciò che abbiamo vissuto insieme in questi giorni sia importante e buono, e che tutti ne avessimo bisogno.

Personalmente provo grande gratitudine per il nostro incontro, durante il quale abbiamo avuto l’opportunità di conoscerci direttamente, ascoltarci reciprocamente, pregare insieme per le vittime nella Chiesa, condividere sinceramente le nostre esperienze, difficoltà, delusioni e speranze, così come riflettere insieme e parlare della nostra comune missione, che è quella di proteggere i figli di Dio. Ringrazio in modo particolare la Pontificia Commissione per Tutela dei Minori presieduta dal Card. Sean O’Malley per aver preso questa iniziativa e aver organizzato questo evento in collaborazione con la Conferenza Episcopale Polacca. Ringrazio tantissimo tutti coloro che hanno accettato il nostro invito e sono venuti in Polonia, in rappresentanza delle comunità locali della Chiesa cattolica romana e greco-cattolica di Albania, Bielorussia, Bulgaria, Croazia, Montenegro, Repubblica Ceca, Estonia, Kosovo, Lituania, Lettonia, Macedonia del Nord, Moldavia, Russia, Romania, Serbia, Slovacchia, Slovenia, Ucraina e Ungheria.

Vediamo sempre più chiaramente che la crisi causata dagli abusi sessuali sui minori e dalla negligenza dei superiori ecclesiali tocca l’essenza della comunità ecclesiale. Questi terribili crimini e negligenze hanno rubato la fede di molte persone e offuscato l’immagine di Dio. Dio è stato profanato nella persona offesa. Dobbiamo ammettere umilmente di aver tradito Cristo nei più deboli e vulnerabili che avremmo dovuto proteggere. I crimini e le negligenze di alcuni hanno gettato un’ombra di sfiducia sull’intera comunità e sulle sue istituzioni. È così che siamo diventati non credibili.

In risposta a questa crisi, abbiamo intrapreso e stiamo intraprendendo una serie di azioni. Tuttavia, non possiamo fare a meno di domandarci qual è stato e qual è il motivo delle nostre azioni. Non ci vince a volte la paura dei media e dell’opinione pubblica? O la volontà di migliorare la nostra immagine? O la paura di perdere ulteriormente la propria posizione? O la paura delle conseguenze penali previste dalla legge ecclesiastica e statale? O la paura della giusta rabbia delle persone? Anche se le nostre paure ci motivano ad agire, non possono però essere la ragione sufficiente. Tali azioni, anche se apparentemente giuste, saranno essenzialmente nevrotiche, parziali e miopi.

Per questo abbiamo bisogno di riscoprire ancora che la nostra missione scaturisce dal cuore stesso del Vangelo, dall’amore di Gesù per i bambini, dalla sua identificazione con il più piccolo. La nostra missione è seguire Cristo che è venuto da coloro che erano malati per guarirli. È la missione del “samaritano misericordioso” che non passa con indifferenza davanti al percosso e all’abbandonato, ma si ferma con lui per medicare temporaneamente le sue ferite e per aiutarlo e accompagnarlo nel lungo processo di guarigione. È la missione del Buon Pastore, che non cede alla tentazione del successo, ma cerca con insistenza ogni persona la cui vita è minacciata o ferita.

Sappiamo bene che la nostra missione è una grande sfida. Il dramma dello sfruttamento sessuale dei minori e degli adulti vulnerabili nelle nostre società è il flagello del nostro tempo e il danno per chi viene ferito in questo modo è enorme. Inoltre, sentiamo chiaramente ancora una forte resistenza nelle nostre comunità e una comprensione insufficiente per il nostro lavoro. Tutto questo può farci sentire impotenti. La missione a cui partecipiamo supera le capacità di ognuno di noi. Ma proprio per questo dobbiamo sostenerci a vicenda, essere insieme ed essere solidali. Abbiamo bisogno di cooperazione, che ha molte dimensioni. Mi concentrerò su alcune di esse che sono risuonate molto chiaramente durante il nostro incontro.

In primo luogo, per proteggere i più deboli e indifesi nelle nostre comunità, e per aiutare coloro che sono stati feriti, abbiamo bisogno della collaborazione di tutti i componenti della comunità ecclesiale: laici e superiori ecclesiastici, clero e persone consacrate, donne e uomini, vittime e coloro che hanno il coraggio di accompagnarli. Sono molto lieto della presenza di tutti a questo convegno, ma ringrazio soprattutto per la presenza delle vittime, e apprezzo la presenza e il contributo dei laici, perché sono convinto che solo insieme accoglieremo fruttuosamente la grazia che il Signore ci dona purificandoci da tutto ciò che ha contribuito a questa crisi, soprattutto dall’orgoglio del clericalismo. Senza una vera collaborazione basata sulla grazia del Signore, non spezzeremo la cultura del cameratismo e l’omertà.

In secondo luogo, per proteggere efficacemente i minori e gli adulti vulnerabili e sostenere le vittime, dobbiamo unire le nostre diverse competenze, perché vediamo quanto il crimine di abuso sessuale devasta la vita della persona in tutte le sue dimensioni. Ecco perché dobbiamo sviluppare una riflessione giuridica in modo che le indagini e i processi condotti in modo più efficace di quanto fatto finora, aiutino le vittime a ritrovare un senso di giustizia. E’ necessario il coinvolgimento di psicologi, terapisti, psichiatri e sessuologi, senza i quali non siamo in grado di aiutare professionalmente le vittime, diagnosticare e riabilitare i colpevoli e cercare onestamente le cause. La ricerca sociologica è necessaria per identificare i fattori di rischio nella società e nella Chiesa e per costruire conseguentemente un sistema preventivo. È necessaria una riflessione teologica tale da avere un impatto sull’attività pastorale, sull’accompagnamento spirituale delle vittime, delle loro famiglie e delle comunità scandalizzate, nelle quali è stato fatto il male. È necessaria una riflessione teologica sulle cause della crisi vissuta  – come ha suggerito il Papa emerito Benedetto XVI – legate al fatto che la Chiesa agisce come “apparato politico” colpito dalla “mancanza di Dio”. Abbiamo bisogno di educatori e professionisti che supportino la creazione e l’attuazione di principi e programmi di prevenzione in modo che le nostre comunità diventino ambienti sicuri per i bambini, i giovani e le persone vulnerabili. Dobbiamo anche professionalizzare la nostra comunicazione interna istituzionale ed esterna affinché la Chiesa diventi sempre più trasparente nelle sue attività.

Terzo, abbiamo bisogno della collaborazione tra le nostre Chiese locali in questa parte d’Europa. Condividendo la nostra esperienza in questi giorni, abbiamo potuto constatare che, sebbene affrontiamo la stessa sfida, ci troviamo in fasi diverse del percorso. In alcuni paesi – ad esempio la Polonia – siamo nella fase di una dolorosa ondata di divulgazione, in altri sembra che i crimini sessuali del clero siano solo casi isolati. Alcuni di noi hanno strutture di supporto e sistemi di prevenzione più sviluppati di altri. Queste differenze non dovrebbero allontanarci gli uni dagli altri, ma essere un appello alla solidarietà attraverso il quale possiamo sostenerci a vicenda. Chi è più avanzato in questo percorso può condividere le soluzioni che ha sviluppato con chi ha meno esperienza e risorse. Quelle comunità che si sentono sole possono contare sul sostegno dei più esperti. Come cittadini dell’Europa Centro-Orientale, abbiamo un’esperienza comune di dittatura che è stata superata proprio grazie alla solidarietà. Spero che questa conferenza rafforzi la nostra solidarietà e avvii il processo della nostra riflessione congiunta, di scambio di esperienze e soluzioni.

Parlando di collaborazione, penso anche alla necessità di cooperare con le forze dell’ordine statali e la magistratura nonché con le organizzazioni non governative che si occupano della tutela dei minori. Il dramma dell’abuso sessuale che affrontiamo nella Chiesa è parte di un problema sociale e quindi richiede la collaborazione con tutti coloro che hanno a cuore l’interesse del bambino. Mentre aiutiamo la Chiesa ferita e proteggiamo i più deboli, dobbiamo ricordate tutte le persone ferite in questo modo, indipendentemente da chi ne sia l’autore.

Infine – last but not least – nella collaborazione, la Santa Sede svolge un ruolo chiave. È questa unione con lei che ci dà la certezza della giusta direzione delle azioni intraprese, perché gli ultimi Papi, cominciando da S. Giovanni Paolo II, poi Papa Benedetto XVI e il Santo Padre Francesco, con i loro insegnamenti e le azioni intraprese, hanno fissato la direzione del nostro lavoro. Il dramma con il quale ci misuriamo ha un carattere universale. Questa non è una sfida locale! Pertanto, questo legame con la Santa Sede è la garanzia che conserveremo la capacità di comunicare il Vangelo al mondo.